La Stilografica: principi fondamentali – istruzioni per l’uso

Dic 7, 2020 | Il Mio Mondo

La stilografica può sembrare, a prima vista, uno strumento da scrittura semplice.
Un pennino collegato ad un serbatoio d’inchiostro, che spesso è anche il corpo della penna stessa, ed un cappuccio che chiude il tutto.
Però, se osserviamo attentamente l’oggetto misterioso, ci accorgiamo che non dev’essere poi stato così facile farlo funzionare permettendogli di scrivere in modo costante senza macchiare anche se lasciato per giorni e giorni in un taschino o in un cassetto.

La stilografica è sinonimo di equilibrio.

Equilibrio delle forze che contiene, equilibrio delle forme che la compongono.
Forza di gravità, capillarità e pressione atmosferica in essa godono di perfetta bilanciatura e solo appoggiando il pennino sulla carta si scompone questo “magico equilibrio”.

Per la forza di gravità l’inchiostro uscirebbe fino a svuotare il serbatoio. Per capillarità l’inchiostro arriverebbe fino al pennino però, la mano che impugna la stilografica, scaldando e quindi aumentando la pressione atmosferica all’interno del serbatoio, costringerebbe a delle macchie.

Vediamo quindi da vicino il fenomeno.

Osservando una zolletta di zucchero in un cucchiaio di caffè, vediamo questo che sale in barba alla forza di gravità che lo vorrebbe sempre più in basso.
Il caffè sale per il principio della capillarità: “ i liquidi sono irresistibilmente attratti dagli spazi piccoli “.
La fenditura che divide in due il pennino è un vaso capillare che si stringe in punta.

L’alimentatore che sta sotto il pennino, sfrutta anch’esso il principio della capillarità ed è stata la sua realizzazione il grande problema che per moltissimi anni ha proibito l’avvento della stilografica moderna.

Luis Edson Waterman applicò una fenditura (condotto) INCLUDEPICTURE “https://i.ebayimg.com/thumbs/images/g/-NcAAOSwu0BffLyO/s-l225.webp” \* MERGEFORMATINET sul dorso dell’alimentatore proprio dalla parte a contatto del pennino. Questa fenditura da una parte è immersa nel serbatoio e dall’altra, fermandosi un millimetro prima della fine dell’alimentatore stesso, costringe l’inchiostro a salire attratto irresistibilmente dal capillare prodotto dalla fenditura del pennino e continua sulla carta che lo assorbe, anch’essa per capillarità.

In questo piccolo condotto avviene uno scambio aria inchiostro senza il quale si creerebbe un vuoto che bloccherebbe l’uscita dell’inchiostro dalla stilografica.

La conduzione dell’inchiostro e il conseguente scambio d’aria costituiscono un asse fondamentale del perfetto equilibrio della stilografica..
Ma non è tutto! Troppo facile.

Nel serbatoio c’è quindi aria e inchiostro; man mano cala uno cresce l’altra. L’aria è soggetta a dilatazione e compressioni più di un liquido e quindi subisce molto le “ bizzarrie atmosferiche”.
La pressione atmosferica all’interno della stilografica a riposo coincide con quella esterna che è bassa in montagna e alta in pianura, ma è anche alta quando fa caldo e bassa quando fa freddo.
Impugnando la Penna la scaldiamo. Tenendola nel taschino, vicino al cuore, si scalda l’aria all’interno del serbatoio che aumenta di pressione e spinge fuori l’inchiostro vincendo la pressione atmosferica esterna, così come accadrebbe andando velocemente verso la montagna. (esattamente ciò che accade anche al nostro corpo quando si tappano le orecchie.)

Per ovviare a questo inconveniente nell’alimentatore sono stati fatti dei tagli perpendicolari al condotto, o delle fenditure a conca ai suoi lati, a far da “polmone” per trattenere l’inchiostro uscito in eccesso dal serbatoio. Scrivendo questo inchiostro sarà il primo ad essere usato eliminando perdite (macchie) accidentali.

Vediamo ora da vicino alcuni problemi che dobbiamo affrontare, direi quotidianamente, usando la nostra cara vecchia stilografica.

Condensa.

Aprendo la stilo spesso ci capita di trovare dell’acquerugiola sul pennino e se non facciamo attenzione, aprendola e chiudendola, depositiamo alcune “goccioline inchiostrate” all’interno del cappuccio e successivamente ci sporchiamo le mani.

Quando l’aria fredda incontra aria calda si produce dell’acqua (condensa) .
All’interno del cappuccio, il pennino, si trova ad una temperatura diversa da quella esterna, per questo, estraendolo, inevitabilmente si produce condensa tanto maggiore quanto più grande è la sua forma. L’inconveniente si risolve facilmente togliendo la condensa con della carta assorbente o un cotton fioc. Fino a qualche tempo fa le case produttrici di stilografiche usavano praticare uno o due fori nel cappuccio che permettessero un scambio costante aria interna – aria esterna. Giudicati però esteticamente poco belli sono stati tolti ovviando al problema creando una chiusura non troppo ermetica ( ovalizzando il cappuccio ad esempio oppure filettando con un passo maggiore il cappuccio rispetto alla giunzione pennino).

Pulizia.

Pulire la penna bene dentro e fuori è abbastanza semplice ma può anche diventare un’operazione drammatica se non fatta con le dovute cautele. “ Ho visto cose che voi umani…..”
Bisogna essere consapevoli che nessun, ripeto nessun, tipo di solvente deve essere usato. Neanche il sapone! Ma nemmeno: pinze, pinzette cacciaviti o altre diavolerie meccaniche…. Se la penna è talmente incrostata, che neanche una notte in ammollo in acqua fredda ha potuto far niente, consiglio di portarla da un esperto che la smonterà e ripulirà a dovere restituendovela “come nuova” ( o quasi…).

Una corretta manutenzione prevede 3 operazioni (tre il numero divino . N.d.R.):

  1. sciacquare in acqua fredda almeno ogni due o tre mesi, se è rimasta in uso. Prima di metterla a riposo dev’essere opportunamente scaricata e lavata.
  2. Usare inchiostri adatti (non necessariamente della stessa marca della penna) e che non siano troppo vecchi, dove muffe e aumento dell’acidità corrosiva possono portare all’ossidazione delle parti metalliche. Il vostro specialista di fiducia saprà senz’altro indicarvi l’inchiostro fluido per la penna “asciutta” o quello corposo per quella “generosa”. L’inchiostro di marca la fa sempre da padrone; è stato testato e la sua composizione non è dovuta solo alla stravaganza del produttore ma anche e soprattutto ad una perfetta conoscenza del suo utilizzo. Non dev’essere quindi troppo acido, deve contenere degli antiossidanti, antimuffe per avere un tempo di vita molto lungo ma soprattutto ha delle tinte molto caratteristiche.
  3. Avere cura di uno strumento che ci dà delle grandi soddisfazioni e che, se anche ogni tanto ci fa sporcare le mani, ci ripaga abbondantemente delle cure in lei riposte.
    Io lo considero un animaletto tascabile che, se trattato con le dovute cure, ci ripaga abbondantemente di ogni attenzione usata.